Ravi, il piccolo schiavo di Delhi che taglia i gioielli per gli inglesi

21/07/2010

 

La prima pagina, il primo impatto, è Alice nel Paese delle meraviglie alla rovescia, con le tane di coniglio inchiodate al soffitto. Alice non c’è, ma ci sono bambini seduti per terra in una stanza con le pareti grigie, scrostate, e l’odore delle fogne che sale violento.
Una cella di cemento, dove si respira a fatica. I ragazzini, sono in sei, hanno mani veloci, ferite, e il buio nella testa. Sono schiavi. Il più grande forse ha 14 anni, il più piccolo, Ravi - di lui si conosce solo il nome - ne ha 8 anni e in questo buco che fa da retrobottega a un negozio di bigiotteria ci lavora 14 ore al giorno, 98 la settimana, in cambio di 28 sterline al mese.
I suoi portatovagliolo dorati,ornati con piccole perle in argento, ricercatissimi nel periodo natalizio, sono finiti anche sui banconi di «Poundland», ilpiù grande discount europeo, che solo a Croydon, periferia sud di Londra, conta 30 mila clienti e un giro d’affari settimanale di 9 milioni di sterline.
«Nessuno è come noi». Nicola Smith, giornalista del Times, è andata a Delhi e i volontari della Bachpan Bachao Andolan, un’associazione che cerca di recuperare i 50 mila bambini di strada della capitale, l’hanno portata al laboratorio nel quartiere ghetto di Shakur Ki Dandi. «Fingi di volere acquistare bigiotteria per un magazzino inglese, vedrai che cosa succede». Lei si è messa una piccola telecamera in tasca e ha visto.
Il titolare del negozio è un uomo obeso con i baffi da tricheco e la camicia rosa aperta fino all’ombelico. Ci tiene alla sua azienda. Un ventilatore piccolo, rumoroso, legato a travi di legno muove appena l’aria. Bedil, così si chiama il tricheco, si sente parte di un grande ingranaggio che fa girare il denaro. Così, prima di mostrare la merce, passa dal laboratorio perché vuole fare vedere il ciclo completo.
Dietro la porta Ravi ha il viso butterato, la pelle piena di crepe. Alza lo sguardo ma non ha espressione, è come se parti importanti del suo corpo avessero dato forfait. Sono quelle che facevano di lui un bambino. Intorno c’è silenzio.
Bedil gli accarezza la testa come si fa con un gatto: «Ravi sì che sa lavorare. Produce da solo 150 portatovaglioli al giorno. E’ una macchina». Se la ride di pancia, il tricheco. L’idea del bambino-macchina gli piace da morire. Gliel’hanno portato pochi mesi fa.
Cercava qualcosa per dare una mano alla madre vedova. Adesso Ravi e i suoi cinque colleghi lavorano dalle 9 del mattino alle 11 di sera, poi si addormentano sul pavimento mentre Bedil conta i soldi. «Il lavoro lo vendo ad Ak Pandey e lui e la sua Trishulin Overseas lo fanno arrivare alle principali catene del mondo». Il caldo si fa soffocante.
L’ufficio di Ak Pandey è a 30 chilometri dal laboratorio. E’ largo, luminoso, rinfrescato dall’aria condizionata e quando Nicola Smith gli chiede di vedere un contratto tipo da girare ai propri avvocati, Ak Pandey prende in mano quello della Poundland: «A loro vendiamo centinaia di migliaia di pezzi grazie a 60 laboratori come quello di Bedil». Tutti con bambini schiavi?, gli chiede a freddo Nicola Smith. Ak impallidisce.
«I laboratori sono indipendenti, a noi non risulta che ci siano bambini, ma spesso i titolari provano a dare una mano a famiglie disagiate e piene di debiti, in cui tutti lavorano per il bene comune. Ecco, al massimo può succedere questo». Al massimo.
La Poundland - tutto per la casa in cambio di un pound, una sterlina, cioè un euro e venti, e un giro d’affari cresciuto di 400 milioni lo scorso anno grazie alla recessione – in un comunicato chiarisce di essere choccata da questa brutta storia: «La nostra catena non tollera il lavoro dei bambini nei laboratori in nessun caso e in nessuna circostanza. Se la Trishulan Overseas ha violato i nostri standard etici emorali rivedremo i rapporti con loro».
Li rivedranno, ma Bhuwan Ribhu, attivista per i diritti umani, uscendo dallo specifico del caso Poundland, sostiene che le grandi compagnie dovrebbero imporre penali devastanti ai commercianti indiani che trattano i bambini come schiavi. «Non bastano i comunicati stampa per salvarli dall’inferno».
L’ultima immagine, è sempre Alice nel Paese delle Meraviglie alla rovescia. Ravi è prosciugato dalla sua galera con i conigli inchiodati al soffitto. E’un bambino senza desideri, senza energia, al quale hanno aperto uno sportelletto dietro la schiena e staccato i fili della felicità. Perché lo fai, Ravi? La sua voce è un soffio di quattro parole. «Per la mia mamma».

Articolo di Andrea Malaguti
"LA STAMPA" del 12 luglio 2010

 

 

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