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L'invisibile armata delle vedove indiane «I nostri figli? Ci buttano per strada»

Sono 40 milioni: senza soldi né diritti. Viaggio nei loro eremitaggi-rifugio. Affamate, scheletriche, fuggono nella città santa di Vrindavan. I padroni degli ashram spesso approfittano delle più giovani prima di venderle

07/04/2011

 

VRINDAVAN (India) - «Sono vissuta in casa fino a quando i miei due figli si sono sposati, poi me ne sono andata. Dopo la morte di mio marito ero solo un peso per la famiglia». «Dal matrimonio ho avuto due maschi e due femmine. A un certo punto il figlio maggiore mi disse bruscamente che non mi voleva più con sé. Non mi davano più da mangiare. Che me ne andassi al più presto, quella è la porta». «Mi chiamo Aokhi Suhila, ho 8o anni, mi sposai quando di anni ne avevo solo 9 e rimasi ben presto vedova. Ora i miei nipoti han deciso di buttarmi fuori». «Avevo 12 anni il giorno delle nozze e appena 15 quando persi il mio giovane sposo. Non so dove andare e nessuno mi aiuta».
Queste, alcune delle brevi, drammatiche testimonianze raccolte negli ashram di Vrindavan, gli affollatissimi eremitaggi dove trovano rifugio migliaia e migliaia di vedove provenienti da ogni parte dell'India, dagli Stati del West Bengal e dell'Hibar, dall'Uttar e dall'Andhra Pradesh, dal Rajasthan o dalle periferie meridionali del Tamil Nadu o del Kerala. Una folla di circa 16 mila donne che vi approdano affamate e spesso scheletriche, essendo questa l'ultima spiaggia. Secondo sondaggi abbastanza recenti, il silenzioso e disperato esercito delle vedove in India si aggirerebbe sui 40 milioni, circa l'otto per cento dell'intera popolazione femminile indiana, con età superiore ai 50 anni. Ed è perciò comprensibile la preoccupazione per il massiccio impatto della loro presenza a Vrindavan, dove gli abitanti superano appena i 50 mila.
Quasi impossibile non percepire, nella città delle vedove, un clima di sacralità quasi monastica per la sua vicinanza con Mathura, villaggio natale di Krishna, che vi trascorse l'infanzia e parte della giovinezza, come ogni altro bambino e adolescente. Qui danzavano e cantavano le Gopis, le pastorelle che accudivano gli armenti. «Chi non è felice a Vrindavan - ha esclamato una vedova emergendo dal bagno mistico in cui si era immersa per giorni - non può essere felice in nessun altro luogo del mondo». Entusiasmo che ha provocato l'irritazione di altre donne, ben consce delle condizioni pietose in cui erano costrette a vivere, come ha spiegato in poche parole un'anziana signora: «Faccio solo un pasto al giorno, raramente due. Non ho un posto dove dormire e trascorro la notte rannicchiata sul pavimento del tempio. Tutto ciò che posseggo sono due sari». Fortunata lei. Perché gran parte delle due-tremila vedove che passano il giorno e la notte nel più grande ashram di Vrindavan, lo Shri Bhagwan Bhajan, o in altri luoghi di preghiera e meditazione, di sari ne ha soltanto uno: che se all'origine era di un bianco splendente, si sarebbe via offuscato a causa della polvere e del sudore, assumendo infine il colore neutro della povertà. Nella tradizione indiana, il bianco (e non il nero come in Occidente) è il colore della morte: che le vedove attendono pazientemente pregando e cantando, con turni di quattro ore al mattino e altre quattro nel tardo pomeriggio. Per l'estraneo che vi assiste con eguale pazienza la prima impressione è quella di un rito quaresimale per lentezza, la monotonia, l'iterazione delle parole e dei canti, una pagina in re minore: ci sono anche danze liturgiche, di due e più persone, che si rifanno a temi religiosi o tentano di ricreare sulla scena, con l'ausilio di sari dai colori sgargianti - il rosso, l'arancione - eventi ed episodi dell'arcaica storia dell'India. Due donne lanciano fiori sulla testa degli spettatori che rispondono con grida di giubilo: e un sorriso compare anche sulle labbra di alcune ragazze accovacciate lungo la parete dello stanzone, con l'espressione, fino ad allora, di chi s'annoia a morte.
Fuori è una giornata calda di sole: e quando usciamo all'aperto, il centro storico di Vrindavan è rumoroso e vivace, invaso com'è da un'indisciplinata legione di scimmie che fanno acrobazie sui cornicioni delle case, oscillando da una finestra all'altra. Una di loro - la più biricchina - si prende anche lo sfizio di planare sulla testa di un turista e strappargli gli occhiali, che poi lascia cadere nel vuoto.
Lo spettacolo è bello ma non basta a rasserenare le vedove indiane, molte delle quali possono solo contare, per sopravvivere, sulla pensione che secondo la signora Suhila (abbandonata da figli e nipoti) sarebbe «atrocemente bassa e insufficiente». Lei gode della minima, 100 rupie al mese, mentre quella media è di 200 e la massima di 500. Molto meno gravi e assillanti sembrano i problemi dell'ashram Aamar Bari, che è molto più piccolo di quello di Vrindavan e ospita 120 vedove, tutte paganti. Ovviamente, chi ci mette piede per restarvi proviene dalla borghesia urbana e rurale. La retta, se ho ben capito, è di 750 rupie al mese (circa 12 euro). Ogni donna ha una sua piccola stanza dov'è assolutamente indipendente e può ricevere i suoi familiari: è però tenuta ad osservare scrupolosamente il regolamento come in un qualsiasi collegio.
Non stupisce che nell'ashram di Aamar Bari ci sia un Centro per l'emancipazione femminile e che ciascuna delle ospiti possa coltivare le proprie ambizioni e i propri interessi. Così, accanto alla stanza dove si fa pratica di cucito come garantisce una vecchia Singer a pedali, c'è l'ufficio dei computer dove sono ammessi tutti i ragazzini ansiosi di apprendere l'arte, c'è pure un locale per un corso di addestramento d'infermeria. Quasi tutti gli studenti, dai più piccoli ai più grandi, vengono a scuola in bicicletta dai villaggi del circondario.
L'atmosfera è cordiale, rilassante, quasi festosa, oserei dire. La porta è aperta per tutte le religioni, assicura la direttrice Geëta Pandy, il cui motto suona: «Come donna ho il mio Paese e come donna tutto il mondo è il mio Paese». Ad Aamar Bari si parla prevalentemente il bengali - la lingua di Calcutta e del Bangladesh - e perciò chi sa esprimersi esclusivamente in hindi si sente un pochino isolato. È il caso di Ganga, arrivata qui da Calcutta quattro anni fa, subito dopo la morte del marito. Continua a parlare nel suo colorito idioma, anche se le compagne non la capiscono: ma ogni tanto, presa dalla nostalgia, fa una scappata sulle rive del fiume Hooghly per farsi una boccata d'aria della sua città. «Non avrei mai dovuto abbandonarla - ammette - ma se rimanevo a Calcutta, non avrei potuto far altro che la mendicante».
Già nel Sedicesimo secolo Vrindavan era meta di grandiosi, affollati pellegrinaggi: ma l'attuale, continua affluenza delle folle all'eremitaggio è stata determinata dalla messa al bando, nel Paese, del macabro rito del sati, in cui s'imponeva alla vedova di immolarsi tra le fiamme sulla pira del defunto marito. Successivamente si chiedeva loro di santificarne la memoria con sacrifici meno cruenti, come raparsi a zero la testa, per non destare negli uomini desideri immondi e vivere in castità.
Nel libro Living Death, che analizza in un capitolo il trauma della vedovanza in India, la dottoressa Mohini Giri, massima autorità sull'argomento, scrive sotto il titolo «Silent Cry»: «L'India è un Paese di città sante come Varanasi, Tirupati, Vrindavan e un Paese con migliaia di monaci e migliaia di dee e ciò nonostante persiste una discriminazione socio-culturale senza precedenti contro le vedove. La stessa società denigra una donna mentre la pone al tempo stesso sopra un piedestallo all'interno di un tempio. Che scelta hanno, le donne? Nelle parole del primo ministro Manmohan Singh: "La nostra società non tratta sempre bene le vedove, specialmente le giovani vedove"».
Nell'intervista che ci ha concesso, Madame Giri - così la chiamano tutti - riafferma con forza le sue posizioni e convinzioni: «Proprio in questi giorni - esordisce - sono usciti due film, Bianco Arcobaleno e Donne dimenticate, che parlano delle vedove. In India, dove le donne vivono sotto il giogo del patriarcato, la condizione delle vedove è tre volte peggiore di quella delle altre donne. Non godono di alcun diritto, né di proprietà, né d'altro. Per loro non esiste un piano, un programma preciso di istruzione scolastica, si lascia tutto al caso. La loro vita si consuma fra le pareti domestiche: pulire, cucinare, mettere i bimbi a letto. Completamente sottomesse all'uomo, anche se la Costituzione non discrimina fra i due sessi. Ciò che incoraggia l'uomo, il quale non ha alcuna voglia di cambiare mentalità. Noi non abbiamo proprio alcun potere. Le chiavi di casa le tiene lui, in tasca».
Quasi si commuove, Madame Giri, quando le dico che andrò in pellegrinaggio a Vrindavan e all'ashram di Aamar Bari: «In quei luoghi dove le hanno isolate per la vita - bisbiglia - le vedove stanno almeno tutte insieme e si faranno un po' di coraggio. Anch'io sono rimasta vedova, ma per fortuna mio marito, che sposai a 19 anni, non era il tipico uomo che comanda col bastone: e del resto con un tipo così non mi sarei mai accasata. Cominciai a pensare alle vedove all'età di 9 anni, quando morì papà, che lasciò sola la mamma con 7 figli da crescere e sfamare. Da allora, il mio compito è di lottare contro le comunità religiose, contro la legge e la tradizione».
Potrebbe destare stupore - suggerisce Mohini Giri - ma in India anche le donne colte, istruite, devono stare in riga, a casa e fuori, in totale sottomissione del legittimo consorte. Sei una bella donna e quelle ciocche di capelli neri che t'incorniciano il volto non vorresti proprio tagliartele: ma se lui insiste, non potrai che arrenderti alle forbici. Nel corollario delle proibizioni inflitte alle vedove c'è anche il fatto che nessuna di loro potrà mai essere invitata a un matrimonio perché la sua presenza è di cattivo augurio, «porta male». Non sorprende quindi che durante la campagna elettorale sia stato coniato uno slogan offensivo nei riguardi della candidata Giri che diceva: «Volete proprio votare per una donna e per giunta vedova?».
«A questo punto - osserva la signora - si sarà reso conto che si tratta di cose serie e non di futilità o gossip. Per questo ho chiesto che il problema delle vedove indiane venga sottoposto alle Nazioni Unite per garantire loro ufficialmente il diritto di proprietà in tutti gli Stati dell'India, il diritto della sposa a conservare il proprio cognome, la stessa opportunità sul lavoro, insomma l'indipendenza assoluta». Gli ostacoli nel processo di «ringiovanimento» dell'India sono molti e, come il racket della prostituzione, difficili da rimuovere. A cominciare del «padroni» degli ashram, che vendono le giovani vedove - loro concubine - ai locali proprietari terrieri per 10 mila rupie e quelli, dopo averle sfruttate in orgiastici festini, le rivendono ai bordelli.
Ripercorrendo la propria esistenza, Mohini Giri si sofferma ora sui ricordi e sugli incontri che più l'hanno arricchita fin dai giorni dell'infanzia: «Conobbi il Mahatma Gandhi all'età di 8 anni, quando venne a casa mia. Me lo rivedo davanti come fosse adesso, i suoi modi, il sorriso... Poi, via via, ho avuto rapporti con tutti i protagonisti della scena politica e gli uomini di cultura - Indira Gandhi era una donna molto dinamica, afferrava al volo la situazione. Ho ammirato molto anche Sonia, per il modo con cui si è adattata alla cultura indiana e l'ha assorbita, sensibile com'era ai problemi degli emarginati, le piccole tribù in lotta coi grandi proprietari terrieri, le prostitute e sì, le vedove, le vedove».

Reportage pubblicato sul quotidiano "CORRIERE DELLA SERA" del 4 Aprile 2011
Autore: Ettore Mo
http://www.corriere.it/esteri/speciali

 

 

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